Aspetta primavera, Bandini di John Fante

Titolo: Aspetta primavera, Bandini
Autore: John Fante
Editore: Einaudi
Traduttore: Carlo Corsi


C’è una neve che per chi non è abituato è bella, bianca e copre i misfatti, copre il disordine, ma per chi la vive ogni inverno e anche più, la neve non si vede l’ora che si sciolga. Per Svevo Bandini, muratore e padre di famiglia, famiglia abruzzese ora a Rocklin in Colorado, la neve nel suo candore vuol dire povertà, vuol dire che la calce si ghiaccia, che le mani si bloccano, che i piedi si congelano nelle scarpe rotte bucate, che non si può più lavorare. Allora non si fa che aspettare, accumulando debiti col banchiere per una misera casa, col carbonaio per il carbone, col macellaio per carne e farina, debiti su debiti, perdendo dollari al poker, bestemmiando come un dannato. La neve si aspetta che si sciolga. Non si aspetta altro che la primavera in questo interminabile inverno.

Dio cane, dio cane. Così diceva Svevo Bandini rivolto alla neve. Perché quella sera Svevo aveva perso dieci dollari a poker all’Imperial Poolhall? Era così povero, con tre figli a carico, e non aveva neppure pagato la pasta, per non parlare della casa che ospitava figli e pasta. Dio è un cane.

C’è Maria Bandini che è bella, bianca e pulita come la neve fresca, sempre attaccata al suo rosario a sgranarlo nella convinzione di un Dio che ascolta, una donna che ama tanto e ostinatamente, tanto e scioccamente, oltre la rudezza e la violenza di carattere del marito Svevo, una donna felicemente sottomessa e che felice si sottomette, e che potrebbe sciogliere tutta la neve del Colorado col suo calore. Una donna timida in qualche modo, ma che nel silenzio sa, sa tutto, l’unica che bada e sa badare alla casa.

Svevo Bandini aveva una moglie che non era il tipo da dirgli: dammi i soldi per comprar da mangiare ai ragazzi; ma aveva una moglie con grandi occhi neri, follemente accessi dall’amore, occhi maliziosi, capaci di spiargli in bocca, nelle orecchie, nello stomaco e nelle saccocce. Occhi tristemente intelligenti perché sapevano sempre quando l’Imperial Poolhall aveva concluso un buon affare. Che occhi, per una moglie! Vedevano tutto ciò che era e che sperava di essere, ma non vedevano mai la sua anima. (…) Lei si chiamava Maria, e il buio era luce a confronto dei suoi occhi neri.

Ci sono i figli Arturo, Federico e August. August il chierichetto perfetto, che guai a toccargli le sue convinzioni, guai a peccare davanti a lui, tanti Padre nostro, tante Ave Maria, un comportamento impeccabile, un futuro da prete, una sopportazione ai limiti del fastidio, uno che i fratelli guardano strano e trattano da scemo, bianco pure lui come un alone di neve; e Federico che tira la pietra e nasconde la mano, un golosone tremendo, impulsivo, che fa quel che fa e poi se ne pente, ragazzo dalla fervida immaginazione anche lui chierichetto, ma a sua convenienza.

– I ragazzi sono ragazzi! – polemizzò.
– Questo piccolo bastardo sbatte la testa del fratello contro il vetro e poi i ragazzi sono ragazzi! Chi caccerà i soldi per il vetro? Chi pagherà la parcella del dottore quando sbatterà il fratello in un burrone? Chi pagherà l’avvocato quando lo sbatteranno in galera per l’omicidio del fratello? Un assassino in famiglia! Dio mio, aiutami!
Maria scosse il capo e sorrise. Arturo atteggiò le labbra a una smorfia omicida: e così aveva contro anche il padre che già lo accusava di omicidio. August scrollò tristemente il capo, anche se fra sé e sé era felice di sapere che non sarebbe mai diventato un assassino come suo fratello Arturo; lui, August, aveva già deciso che da grande avrebbe fatto il prete; forse sarebbe toccato proprio a lui somministrare i sacramenti al fratello prima che lo scortassero alla sedia elettrica. Federico invece si considerava solo vittima della violenza del fratello e vedeva già il proprio funerale, seguito da tutti gli amici della parrocchia di Santa Caterina, inginocchiati e piangenti; oh, che cosa tremenda! I suoi occhi tornarono a riempirsi di lacrime e cominciò a singhiozzare amaramente, chiedendosi se poteva avere un’altra tazza di latte.

C’è infine Arturo, quel famoso Arturo Bandini, alter ego di John Fante stesso, il vero protagonista, il più grande dei tre, appena quattordicenne, un vero e proprio bullo, uno che si vanta di menare forte, di aver ucciso molti animali, si vanta di saperne molto delle donne, si vanta del suo linguaggio scurrile, si vanta della sua “ragazza” Rosa Pinelli, anch’essa italiana, si pavoneggia a scuola.  Anche lui aspetta la primavera, della neve non ne può più. Ha la passione del baseball, non solo delle donne, e la voglia di giocare quando il campo sarà asciutto. Anche lui frequenta la scuola cattolica, anche lui chierichetto controvoglia, vive nel peccato e nella remissione. Arturo è buono, fa cose cattive, se ne pente, si confessa e ricomincia così, vuole un posto in Paradiso, ma continua a peccare e poi a confessarsi e a vivere nei rimorsi, a rimuginare, a esser roso dalla legge morale, dalla scuola cattolica, da tutti i comandamenti, dall’impudicizia. Arturo in questa contraddizione continua a essere, ed è, un ragazzo bullo pieno di cuore, pieno d’amore; è l’ambivalenza, è il dubbio, è il contrasto tra buono e cattivo, è uno che non sa ancora che strada prendere, ma che intanto ci affonda dentro il mezzo metro di neve. È un ragazzo curioso, che prova e prova la vita, che dalle prove prende il meglio e tuttavia ne rimane spesso scottato; diventerà presto un uomo.

Che ne sapeva lui di adulterio, pensieri cattivi e azioni cattive? Niente. Si divertiva sull’amaca. Poi aveva imparato a leggere, e la prima di tante cose che aveva letto erano stati i comandamenti. A otto anni era andato a confessarsi per la prima volta, e a nove aveva dovuto prenderli in considerazione per scoprirne il significato.
L’adulterio. Non se ne parlava in quarta elementare durante il catechismo. Suor Mary Anna l’aveva saltato per soffermarsi a lungo su «Onora il padre e la madre» e «Non rubare». Così era accaduto che, per qualche inesplicabile ragione, aveva sempre associato l’adulterio alla rapina in banca. Tra gli otto e i dieci anni, quando faceva l’esame di coscienza prima di confessarsi, saltava sempre quel «Non desiderare la donna d’altri» perché non aveva mai rapinato una banca.
La persona che lo aveva illuminato in merito non era stato padre Andrew, né una delle suore, ma Art Montgomery, il benzinaio della Standard Oil, all’angolo tra Arapahoe e Twelfth Street. Da quel giorno in poi i suoi lombi s’erano trasformati in migliaia di calabroni arrabbiati, ronzanti nel nido. Le monache non parlavano mai di adulterio. Si limitavano a parlare di pensieri impuri, azioni impure, parole impure. (…)
E tutto ciò era peccato… tutta la faccenda aveva l’impuro sapore del male. Perfino il suono di certe parole era peccaminoso. Sveltina. Passerina. Tettina. Tutti peccati. Carnali. La carne. Scarlatto. Labbra. Tutti peccati. Anche quando diceva l’Ave Maria. Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te, tu sei benedetta tra le donne e benedetto è il frutto del ventre tuo. Quella parola lo squassava come un tuono. Il frutto del ventre tuo. Un altro peccato era nato.

La primavera però non nasce, non viene, la neve è ovunque, la vita familiare continua, descritta con superbia, nelle fasi altalenanti, col carbone che sta per finire, col cibo sempre al centro dei pensieri, coi rari bagni in una tinozza, coi tre ragazzi che dormono stretti nello stesso letto. Fa freddo. La vita accade imprevedibile e colpisce nella disgrazia, tutto diventa improvviso e indecifrabile, non le si sa rispondere e le si risponde sempre male o così pare. La vita di famiglia è rude e cruda, come scarnificata, eppure tenera e avvolgente, nella miseria, nelle attese, nei contrasti che sono a volte aggressioni. La famiglia Bandini è una famiglia italiana burbera e commovente. Le cose succedono terribili. Pare che solo il sole primaverile possa sciogliere i nodi di neve, i nodi dei problemi, che il sole sia la soluzione; allora aspetta, aspetta primavera.

Aspetta pure il lettore, immerso com’è negli eventi di questa vita povera e tragica che Fante descrive per parabole e minuziosi dettagli, lungo un solo inverno, quando è Natale e i poveri sembrano più poveri a confronto dei ricchi pieni di luci e regali. C’è il Fante autobiografico, mezzo italiano, mezzo americano, tenero e intimo con ogni personaggio, fragile e sconcertante, improvviso come un sorriso o come una piega triste del volto, capace d’immedesimazione e di farci sentire deboli e impotenti. Un Fante già maturo al suo esordio nel mondo.

Aspetta il lettore mentre le cose accadono.

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Chirù di Michela Murgia

Titolo: Chirù
Autore: Michela Murgia
Editore: Einaudi


Non son chiare le regole dell’attrazione, del perché uno s’invaghisca o ammiri l’altro. Non esistono proprio regole, non esistono limiti. Può passare una settimana, un mese, o la durata di un solo spettacolo teatrale. Stare lì isolati in mezzo a un pubblico di cui s’ignora ogni cosa a osservare stupefatti e incantati – senza badare al peso di un violino appresso – recitare una donna e non capirci più niente; essere del tutto spinti da forze sconosciute verso lei. Ci sono cose che l’aria sblocca, sostanze chimiche che si legano tra loro, e fanno si che un diciottenne a fine spettacolo inviti una trentottenne a cena e che questa infine non riesca a dire di no.

Lo guardai con attenzione. Era giovanissimo, forse neppure diciottenne, ma aveva nello sguardo qualcosa di slabbrato, come se osservasse il mondo da una prospettiva già offesa. Vorrei poter dire che quella tra noi fu un’immediata affinità elettiva, ma sarebbe una menzogna: io Chirú lo riconobbi dall’odore di cose marcite che gli veniva da dentro, perché quell’odore era lo stesso mio.

Nell’intimità immediata e paurosa, con la naturalezza che solo l’amore sa dare, nella libertà delle tante prime volte da scoprire, tra Chirú ed Eleonora sorge un rapporto ambiguo tra allievo e maestra. L’uno sempre stupito dal nuovo, da tutte le cose che Eleonora sa ed ha provato sulla sua pelle; l’altra invaghita da quello stesso stupore nel volto di Chirú che è per lei come nutrimento e spunto per proseguire nel racconto di se stessi e negli insegnamenti che infine diventano equo interscambio. Chirú è un ragazzo che fatica a diventare uomo, spontaneo nei sentimenti, adolescente impetuoso, un bocciolo di musicista ambizioso, fragile, ma anche prepotente. Quando nota Eleonora, le si abbandona incosciente come fosse caduta dal cielo. Lei, attrice teatrale affermata, donna compiuta e incompleta, è sola, ma con classe. Forse per vocazione e certo per curiosità si mostra capace di accoglierlo e di iniziarlo alla vita d’artista, già reduce da un passato difficile da “maestra”.

Gli tremava la voce. Non riuscivo ad abituarmi all’adolescenza che si portava nascosta addosso e che a volte mi appariva all’improvviso, con lo scatto spaurito di una bestia di bosco. Sapevo che avrebbe imparato presto a nascondere quella sua fame emotiva, come sempre si fa con ciò che è nudo o indifeso, ma quel pomeriggio mi pareva che tutte le innocenze fossero ancora possibili, persino le mie. Della sua fragilità in quell’istante amai proprio quello che dell’amore si paga piú caro: l’assenza di calcolo e di misura che appartiene solo alle cose nate libere.

Calzante è, allora. l’aver suddiviso il libro in lezioni anziché in capitoli, che seguono la crescita di una relazione segnata da riti e contrasti, da distanze e riavvicinamenti, da un rapporto di potere che fa dell’allievo un maestro e della maestra un’allieva; e quel che alla fine rimane non è soltanto il senso d’impotenza che l’amore taciuto e impossibile lascia, ma un compimento di quel che nonostante tutto si è infine diventati in questo strano rapporto d’amore.

Ciò che si fatica ad accettare, nel romanzo della Murgia, è quel senso d’irrealtà e inattuabilità che sta al fondo di tutta la storia, come se la storia perdesse di credibilità, per quanto storia inventata; e a dispetto anche di descrizioni artificiose e scollegate Chirú è un libro che commuove.

Il re pallido di David Foster Wallace

Titolo: Il re pallido
Autore: David Foster Wallace
Editore: Einaudi
Traduttore: Giovanna Granato


Leggo Wallace e mi sento piccolo, ma poi mi sento ricco. Lo leggo e provo molte volte invidia, per quel “famoso” suo genio, per quella sua capacità innata e costruita con meticolosità e osservazione di parlare della vita come se la si stesse vivendo, con tutti i suoi turbamenti, le sue angosce, le sue tristezze, le noie, le gioie e quanto nella vita si sente e si prova. Quella sua capacità di rendere vivo e descrivibile qualsiasi dettaglio che sia pure un dettaglio insignificante, e alla fine invece tutto significa molto. Come se non descrivesse la realtà, ma descrivesse la mente che crea la realtà, o che si figura la realtà, la mente che è sempre più di quello che esprime attraverso il linguaggio, i pensieri che son sempre concettualmente migliori in testa che espressi a parole, e per lui invece son parsi tali e quali nell’uno e nell’altro contenitore. Uno capace di rendere i periodi lunghi pagine e di portare lontano il punto, perché la vita sembra fatta di molte più virgole che punti.

L’ho letto e mi è parsa una sfida eterna. A leggerlo c’è voluta pazienza. Leggerlo è stato un esercizio alla lentezza: settecento e più pagine, cinquanta capitoli, alcuni lunghissimi, altri brevi una pagina, vari appunti e divagazioni, tutti strutturati in flussi infiniti e frammenti di pensieri. Eppure nell’immergersi del testo, si perde il senso del tempo e le pagine scorrono agevoli mentre qualcuno dall’esterno può vederti addosso sorrisi, ghigni, espressioni di scoramento e il viso comunque alterarsi. Altre volte il tempo sembra non passare mai, lo guardi e la lancetta dell’orologio sta sempre lì, e ti annoi, ma ti annoi perché così sembra lui abbia voluto, perché diventi quasi uno dei tanti protagonisti, uno dei tanti dipendenti di quel Ccr (Centro controlli regionale) dell’Agenzia delle Entrate di Peoria, nell’Illinois, dove tutto converge. E in questo gravitare attorno all’Agenzia, le storie drammatiche, che fan sorridere e commuovere si disperdono e perdono personalità nel lavoro ripetitivo, paziente, robotico, in quel leggere e controllare e impilare moduli uno dopo l’altro, nella noia dell’ufficio, nelle dichiarazioni dei redditi che non finiscono mai, nella burocrazia che aliena. Così ogni giorno è vedere chi resiste di più.

Son tante le storie e son tanti i personaggi che raccontarle tutte sarebbe come scrivere un altro libro; le infanzie difficili, la malattia, la morte, le droghe, l’università, il bullismo, e così via. Di tutto, davvero di tutto, tutto quel che di più ordinario c’è, l’ordinario che diventa straordinario, l’ordinario che con Wallace diventa interessante. Tra ossessioni e ripetizioni, tutte queste storie si riducono dentro gli uffici dell’Agenzia, nella maglia burocratica, nella noia assoluta che è un po’ una noia universale e senza confini, una noia che si scopre utile. Solo superandola e resistendole Wallace ci insegna quel che ha imparato:

Ho imparato che il mondo degli uomini così com’è oggi è una burocrazia. È una verità ovvia, certo, per quanto ignorarla provochi grandi sofferenze.
Ma ho anche scoperto, nell’unico modo in cui un uomo impara sul serio le cose importanti, la vera dote richiesta per fare strada in una burocrazia. Per fare strada sul serio, dico: fai bene, distinguiti, servi. Ho scoperto la chiave. La chiave non è l’efficienza, o la rettitudine, o l’intuizione, o la saggezza. Non è l’astuzia politica, la capacità di relazione, la pura intelligenza, la lealtà, la lungimiranza o una qualsiasi delle qualità che il mondo burocratico chiama virtù e mette alla prova. La chiave è una certa capacità alla base di tutte queste qualità, più o meno come la capacità di respirare e pompare il sangue sta alla base di tutti i pensieri e le azioni.
La chiave burocratica alla base di tutto è la capacità di avere a che fare con la noia. Di operare efficacemente in un ambiente che preclude tutto quanto è vitale e umano. Di respirare, per così dire, senz’aria.
La chiave è la capacità, innata o acquisita, di trovare l’altra faccia della ripetizione meccanica, dell’inezia, dell’insignificante, del ripetitivo, dell’inutilmente complesso. Essere, in una parola, inannoiabile. Ho conosciuto, tra il 1984 e l’85, due uomini così.
È la chiave della vita moderna. Se sei immune alla noia, non c’è letteralmente nulla che tu non possa fare.

Questo è Il re pallido, “un inno all’utilità della noia”, l’ultimo lavoro postumo e incompiuto di quel genio suicida che David Foster Wallace era; messo assieme e reso armonico dall’amico editor Michael Pietsch.