Ma gli androidi sognano pecore elettriche? di Philip K. Dick

Titolo: Ma gli androidi sognano pecore elettriche?
Autore: Philip K. Dick
Editore: Fanucci
Traduttore: Riccardo Duranti


Il mondo non è altro che palta; è un mondo distrutto, lo scarto di una guerra nucleare devastante che ha spopolato l’umanità e l’ha costretta a emigrare nello spazio; un mondo nuovo fondato su macerie mai scomparse e cosparse di polveri sottili letali che volano nell’aria alterando la meteorologia e nascondendo per sempre le stelle. È un mondo dove più che l’innalzamento dei mari è il deserto a estendersi portando con sé solitudini e visioni. Il reale e il virtuale sono la stessa cosa. La palta invade ogni cosa, sottomette, cresce, si autoalimenta.

«Nessuno può battere la palta» disse «(…) È un principio universale valido in tutto l’universo; l’intero universo è diretto verso uno stato finale di paltizzazione totale e assoluta.»

Gli animali sono quasi tutti estinti, ma nuove imprese tecnologiche ne riproducono copie artificiali perfette: clonano gatti, pecore, cavalli, tutto ciò che agli umani rimasti può dare parvenza di una fauna ormai scomparsa e può colmare le nostalgie di un passato disintegrato. I rimasti vivono concentrati in grandi città cadenti, in palazzi bui e vuoti, il silenzio supera i rumori; sognano di possedere animali viventi, ma si accontentano di quelli elettrici; prima della pecora Dolly la pecora elettrica di Rick Deckard. Sognano di provare emozioni vere, ma si accontentano di modulatori d’umore Penfield, di stimolazioni artificiali comandate: se hanno bisogno di coraggio, digitano un codice, et voilà. Sognano di vivere in comunità, ma l’unica comunità reale è una comunità digitale, un’estensione mediale: la scatola empatica nera che fonde tutte le menti in un’unica entità gestita dal mistico maestro Wilbur Mercer. I rimasti sono uomini normali e uomini “speciali”; gli speciali hanno inalato così tanta polvere radioattiva che le loro facoltà cognitive sono seriamente compromesse e cui non è permesso di procreare.

Lo slogan che a quel tempo i manifesti, gli annunci TV, e i dépliant postali del governo sbandieravano recitava: «Emigrate o degenerate! A voi la scelta!»

Anche l’uomo è stato duplicato, per sopperire alla mancanza di manodopera nelle colonie extraterrestri, da droidi organici sempre più reali e nella loro ultima versione Nexus-6, con impiantate identità sintetiche emozionali. Ma un gruppo di androidi ridotti in schiavitù hanno deciso di fuggire sulla Terra e qui si agirano illegalmente confondendosi con i loro simili umani. Rick Deckard ha l’infausto compito di stanarli e ritirarli affidandosi a speciali test dell’empatia e a torce laser fatali, volando in macchina da un palazzo all’altro in una sporca San Francisco.

Rick è roso dai dubbi, dalla sua esperienza, si chiede in continuazione quanto di umano c’è in un androide, se essi possano sognare, quanto essi possano davvero amare, cosa provino nel fare l’amore, nel cantare, nell’uccidere un animale, se riescano a gestire l’emozioni, quanto sia giusto ritirarli, assassinarli; per lui il suo lavoro è diventato impossibile.

«Dovunque andrai, ti si richiederà di fare qualcosa di sbagliato. È la condizione fondamentale della vita essere costretti a far violenza alla propria personalità. Prima o poi, tutte le creature viventi devono farlo. È l’ombra estrema, il difetto della creazione; è la maledizione che si compie, la maledizione che si nutre della vita. In tutto l’universo.»

Ma gli androidi sognano pecore elettriche? è un lungo racconto esistenziale, di solitudine e angoscia, di ricerca filosofica su quanto la tecnologia possa spingersi al di là dei confini morali, la tecnologia che si evolve sempre troppo rapidamente, e l’umanità che al contrario pare regredire. È una distopia possibile e per questo visionaria; una riflessione sull’appiattimento dei sentimenti, sull’isolamento forzato, sull’affezione per il digitale. È quasi un inno al vuoto, all’impotenza di vivere, alla finzione del reale.

Si chiese, allora, se anche le altre persone rimaste sulla Terra percepissero il vuoto allo stesso modo. O la sua era una sensibilità particolare, propria della sua identità biologica deviata, una bizzarria generata dal suo inadeguato sistema sensoriale? (…) lì in piedi in quel salotto sfatto, solo con l’onnipervasiva assenza di respiro del possente silenzio del mondo.